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mercoledì 5 agosto 2015

Tarzan (Classico Disney) e Tarzan (2013): Doppia dose di uomo scimmia - Timber Animation

by Cloud



 
Nei primi decenni del XX secolo, la maggior parte delle potenze europee avevano colonie in Africa, e questo lontano continente, simbolo di natura incontaminata e di una possibilità di vita meno “artificiale”, suscitava un grande fascino nell’immaginario comune. Alcuni scrittori, come Joseph Conrad, criticarono aspramente il colonialismo europeo, che andava ad imporre la propria idea di civiltà a popoli più arretrati, come scusa per dominarli ed impadronirsi delle loro risorse naturali, e capolavori come Cuore di Tenebra ne sono testimoni. Oltre ad opere di simile spessore, tra la gente ebbero molto successo anche romanzi più di consumo basati sull’ambientazione africana, e tra questi spiccavano le storie su Tarzan, ad opera dello scrittore americano Edgar Rice Burroughs. La storia di un uomo cresciuto dalle scimmie, che scopre solo dopo la civiltà, per poi rifiutarla e tornare alla purezza della vita nella giungla, ebbe subito un’enorme successo, anche per merito dello stile semplice e diretto usato da Burroughs. Dei romanzi di simile impatto commerciale non potevano rimanere a lungo fuori dal mondo del cinema, e fu così che, per tutto il ventesimo secolo, le trasposizioni cinematografiche delle storie di Tarzan spuntarono come funghi, al punto che IMDB ne segna oltre 200! 



Fu però solo nel 1999, però, che il personaggio di Tarzan fu trasposto in chiave animata, in quella che è con tutta probabilità la miglior opera a lui dedicata. Si tratta senza dubbio di uno dei più alti picchi artistici raggiunti dalla Disney, nonché dell’ultimo film del cosiddetto “Rinascimento Disney”, periodo compreso tra il 1989 e il 1999 in cui lo studio d’animazione americano sfornò un capolavoro dopo l’altro. 



Ma cos’ha di tanto speciale Tarzan? Semplicemente, trovo che sia forse (alla pari con Il Re Leone) il film Disney con l’atmosfera più viva e pulsante, capace di rapire lo spettatore nel suo mondo dall’inizio alla fine. Fin dalla scena iniziale veniamo catapultati nel vivo dell’azione, grazie a una regia di alto livello, a un comparto tecnico ed artistico che ha veramente pochi rivali in campo 2D (sì, c’è anche della computer grafica, ma è integrata veramente bene), e alla bellissima colonna sonora piena di percussioni africane, che apre le danze con la canzone “Two Worlds” di Phil Collins, cantante in tutti i brani del film, anche nella versione italiana (e dire che da quando è uscito dai Genesis manco mi piace troppo, il pelato, ma qui spaccava). Tutto quanto va a fondersi alla perfezione, per immergerci fin da subito in un tripudio di colori (con il verde sempre dominante), suoni e azione che ci fa sentire perfettamente immedesimati nella scena.





La prima parte del film va a mostrare la crescita di Tarzan nel branco delle scimmie, e la sua strada verso la maturità e l’accettazione come membro della famiglia da parte del suo padre adottivo, il gorilla Kerchak. Se infatti la scimmia Kala lo accoglie subito come un figlio, dopo la scomparsa del loro cucciolo ad opera di Sabor, giaguaro responsabile anche della morte dei genitori di Tarzan, il compagno non accetta così volentieri di accogliere come fosse suo figlio un essere così diverso da loro. La difficile relazione padre-figlio tra i due è uno dei temi fondamentali del film, e può essere vista come una bellissima metafora del rapporto tra genitori e figli adottivi, con tutte le difficoltà che esso implica.

Le emozioni di ogni personaggio sono poi rese in maniera magistrale, grazie a un character design che adoro alla follia, sia per gli umani che per le scimmie. Queste ultime, in maniera simile a quanto fatto ne “Il Re Leone”, presentano volti leggermente umanizzati, per renderle più vicine emotivamente allo spettatore, tanto che Kala da veramente l’impressione di essere una figura materna, Kerchak di essere un padre severo, e Terk un’amica d’infanzia un po’ maschiaccio. Gli umani, invece, presentano volti molto ben differenziati e adatti al loro personaggio: Tarzan ha un volto allo stesso tempo virile, coraggioso e innocente, in piena linea con la sua caratterizzazione, e un fisico atletico ma non eccessivamente imponente, mentre Jane ha dei lineamenti delicati e morbidi. Abbiamo poi il buffo e simpatico Prof. Porter, con i suoi baffoni bianchi, e il perfido Clayton, con il suo sguardo malvagio.


Il film subisce una netta svolta proprio con l’arrivo degli umani nella giungla di Tarzan. In quel momento iniziano, in parallelo, la relazione tra lui e Jane, e i tentativi di Clayton di ingannarlo per poter dare la caccia ai gorilla, vera motivazione per cui ha accompagnato Porter e la figlia nel loro viaggio a scopo scientifico.


Soffermandoci un attimo sulla storia d’amore tra Tarzan e Jane, trovo che sia una delle migliori presenti in un film Disney, molto più di quelle della maggior parte dei film “sulle principesse”. Mi piace molto il modo in cui, da semplice “interesse scientifico”, i sentimenti di Jane per il nostro re delle scimmie si tramutino pian piano in qualcosa di più, tanto da portarla, nel finale, a decidere di abbandonare la sua vecchia vita per restare con lui. Inoltre, i momenti che i due passano insieme sono resi benissimo, nel loro essere a volte buffi e a volte romantici, grazie agli stupendi disegni, alla regia e a tutto quanto detto sopra.
 
Un altro elemento che ho apprezzato molto è come, in parallelo alla relazione tra Tarzan e Jane, e a quella tra Tarzan e Kerchak, anche la stessa caratterizzazione di Tarzan evolve per tutto il film, e abbiamo così un protagonista che matura fino alla fine. Se nella prima parte lo vediamo padroneggiare il mondo animale, nella seconda egli impara a relazionarsi con gli altri esseri umani, e a capirne le cattive intenzioni, diventando così alla fine la persona più adatta a proteggere la sua famiglia. Un percorso di crescita completo, sotto tutti i punti di vista.


Insomma, Tarzan è un film capace di appassionare e coinvolgere per tutta la sua durata, un vero capolavoro dell’animazione che se vi manca va recuperato assolutamente, e se già lo avete visto non fa certo male farsi un altro giro. L’ispirazione per scrivere questa recensione mi è venuta proprio di recente, rivedendolo al termine di una nottata nerd a base di film, giochi da tavolo e videogiochi (mannaggia a Snake che in Super Smash Bros. spammava sempre la stessa mossa con Sonic) con gli altri membri della redazione e altri amici.


E pochissimo dopo, per curiosità, mi sono visto un altro film ispirato al buon selvaggio, per la precisione il reboot tedesco in computer grafica del 2013. Sarà stato all’altezza del capolavoro appena recensito? Ve lo dico subito: No.




Innanzitutto, la computer grafica. Se alcuni modelli poligonali non sono affatto male (in particolar modo le ambientazioni e i personaggi principali), quelli dei personaggi secondari sono abbastanza bruttini, e in particolare le animazioni sono qualcosa di imbarazzante, tanto sono scattose e innaturali. Ma da quando in qua Tarzan cammina a granchio? E poi, parlando delle scelte stilistiche, a parte il fatto che certe scene sono palesemente copiate dal classico del 1999 (in un modo che va ben oltre il semplice omaggiare), avete presente quando dicevo che i gorilla nel film Disney erano talmente umani da essere figure veramente familiari? Beh, qui sono realizzati in maniera rozzissima, e soprattutto sono quasi tutti uguali, e con volti totalmente inespressivi.



E anche nella storia, misteriosamente, i gorilla hanno pochissimo spazio su schermo, e tutta la crescita di Tarzan all’interno della loro famiglia è tagliata dal film (se non fosse per un paio di scene che non vi spoilero). Ma una cosa alla volta. La storia di questo film non è la stessa del classico Disney, abbiamo Tarzan figlio di un esploratore americano, amico del padre di Jane, che va in cerca di un meteorite nascosto nella giungla che potrebbe risolvere i problemi energetici dell’umanità, ma dopo la tragica morte di lui e della moglie, Tarzan, che è un ragazzino di circa 10 anni, viene allevato dalle scimmie. Il concetto di base non sarebbe poi male, ma la realizzazione è veramente pessima.

Il fatto che il bambino venga cresciuto dai gorilla non dalla nascita, crea un sacco di incongruenze in ciò che succede dopo: posso passare il fatto che si dimentichi come parlare l’inglese, posso ancora passare il fatto che si metta a camminare su quattro zampe pur sapendo già tenersi in piedi, ma non posso capire, secondo gli sceneggiatori, come farebbe a dimenticarsi della sua famiglia e vivere tutto allegro, e deprimersi poi per la loro perdita solo anni e anni dopo. Ancor più della sceneggiatura altalenante e dei personaggi appiattiti, il vero problema del film è però la pessima regia, che riesce ad azzeccare neanche le inquadrature che dovrebbero essere fondamentali, e mista alle patetiche animazioni rende la maggior parte delle scene piuttosto imbarazzanti. Ciliegina sulla torta è l’invasiva voce fuori campo, che deve commentare tutte quelle scene che la scarsezza della regia e del comparto tecnico rendono incapaci di parlare da sole.
 
Ora che avete capito che il film di per sé è una mezza porcheria, devo dire però quali sono i suoi (pochi) aspetti positivi, perché un paio di cose gli sono venute bene ai germanici produttori.

Innanzitutto, il character design di Tarzan e Jane. Tarzan è abbastanza figo (certo, un volto leggermente più maturo potevano farglielo, nell’ultimo passo della sua crescita), e Jane è piuttosto carina. Almeno questo. E poi, inaspettatamente, gli ultimi 15 minuti circa del film funzionano molto meglio di tutto il resto. Da quando Tarzan e la sua ghenga di scimmie (che ricoprono in questo film praticamente solo il ruolo di schiavi da combattimento) partono all’attacco per la battaglia finale, le scene acquisiscono un ritmo migliore, le animazioni orrende si fanno notare meno, e addirittura sembrerebbe che anche la regia virtuale diventi un po’ meglio! Quegli ultimi minuti, insomma, scorrono meglio di tutto il resto del film, e ti fanno arrivare ai titoli di coda sveglio e A) Con un facepalm grosso come una casa per il film. B) che ti stai spanciando dalle risate per quanto era trash. C) In entrambi gli stati.
 
Insomma, questo film resta in generale abbastanza patetico, specialmente se paragonato alla versione Disney che tanto scimmiotta a livello estetico. E proprio questo suo voler copiare a mani basse, senza però neanche rendere giustizia alle scene che imita, gli fa ancor meno onore. Potete evitarlo tranquillamente.
 
Bene, oggi come avete visto ho per la prima volta parlato di un film d’animazione occidentale, e questo inaugura un piccolo cambiamento sul blog: la sezione Timber Manga/Anime si apre anche a fumetti e cartoni occidentali, e quindi il nostro blog da oggi non è più razzista. Soltanto il fumetto Disney avrà la sua sezione a parte, perché verrà curata principalmente dal nostro Link che è uno che vuole organizzarsi le cose a modo suo.

Vi avviso inoltre che, in tempi non lunghissimi, arriverà un’altra sezione nuova ancora, che andrà a rendere il nostro blog ancor più completo nel raccontare le nostre passioni. Questo perché noi non siamo solo videogiocatori, ma ragazzi con diversi interessi nell’ambito artistico/dell’intrattenimento, e vogliamo potervi raccontare tante belle cose relative a ognuno di essi. 

Con questo, vi saluto e, sperando che l’articolo sia stato di vostro gradimento, vi invito a commentare qui sotto! Potete effettuare il login con Facebook, quindi manco dovrete prendervi la briga di farvi un account e inserire le credenziali ogni volta!






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