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lunedì 14 settembre 2015

La "qualità" dei videogiochi è morta? - Game Philosophy

by Snake

Facciamo una premessa: non ho (quasi) un attimo di tempo per giocare in questo periodo (tanto che ho dovuto chiedere a Cloud di fare al posto mio la recensione sulla Resurrezione di 'F', altrimenti non avrei mai finito questo articolo prima di ottobre). E del resto, quale universitario come me non sta affrontando in questi giorni la fantozziana sessione autunnale, dove sei costretto a studiare con ancora il caldo estivo che ti tormenta e non hai neanche il tempo di riposarti dopo aver dato gli esami che subito dopo ricominciano le lezioni? Eppure, un momento per giocare a Metal Gear Solid V: The Phantom Pain l'ho trovato. Quelle cinque ore in tutto che ci avrò speso dal 1 settembre sono state davvero epiche. Questo congedo del sommo Hideo ha iniziato con una pole position, speriamo tagli il traguardo sempre primo.




Ma ora basta con gli elogi (o lecchinaggi) vari, e introduciamo l'argomento di questo articolo.
La parte iniziale di The Phantom Pain (niente spoiler, tranquilli). CHE. BOTTA. Non avrò capito un'emerita ceppa leppa della prima ora di gioco, e proprio per questo mi è piaciuto l'inizio. Simbolismo da interpretare rivedendola più e più volte, nel puro stile di Kojima. Uno stile che purtroppo non si riscontra quasi più nei videogiochi di oggi.
Ormai sono pochissimi gli autori che osano (giusto geni del calibro di Suda, Miyamoto, Sakaguchi e Hidetaka Miyazaki), oltre a Kojima-san.
Ormai al videogiocatore medio non interessa più che dietro alla superficie in un videogioco si possa nascondere qualcosa di più profondo, qualcosa che ci costringa a sforzarci e pensare con la nostra testa. L'importante è sparare a destra e a manca senza alcun criterio logico, esaltarsi per aver fatto goal contro il Sierra Leone a FIFA in difficoltà Lattante o dire che un gioco è difficile perché si muore dopo 5742065028104755264910 colpi subiti (per l'appunto, vi rimando alla recensione di Dark Souls scritta dal nostro Link). 
In sostanza, il giocatore medio NON VUOLE PENSARE, NE' IMMAGINARE. E questo è il più grave peccato che un gamer possa commettere. Senza l'immaginazione e/o la riflessione i giochi non sono NULLA. Solo un misero passatempo, e non una passione.
Tutti pronti a dire "MA CHE BELLA TRAMA!" quando magari l'unico colpo di scena degno di nota è il tradimento di quello che sembrava il migliore amico/interesse amoroso del/della protagonista, oppure "CHE GIOCO REALISTICO!" perché si possono vedere le caccole nelle narici di Francesco Totti (che schifo), o ancora "CHE FIGA LA COLONNA SONORA!" dove in realtà l'unico tema degno di nota è l'ultra mega straabusato It's My Life di Bon Jovi (che ringrazia tutti coloro che cliccano su YouTube la sua canzone e la casa produttrice del videogioco per avergli permesso di comprare la sua sessantottesima barca).
Penso che questo genere di "giocatori" se vedesse la prima ora di The Phantom Pain:

  1. Si accascerebbero a terra in preda ad un attacco epilettico, visto che i loro cervelli per la prima volta nella loro vita hanno elaborato così tante informazioni;
  2. Non ci capirebbero niente, dicendo "A ZI', MA CHE CAZZO STA SUCCEDENDO?! IO VOGLIO SPARA' A TUTTI!", prenderebbero il disco e lo butterebbero giù dalla finestra, in barba alla qualità generale dell'opera e (soprattutto) al fatto di aver speso 70 e passa euro, magari centrando in testa qualche ignaro passante che pretenderà giustamente da loro i danni, e quindi altri soldi buttati al vento;
  3. Come sopra, ma continuerebbe a giocare senza carpire un fico secco della trama, che dovrebbe essere la cosa più importante in un lavoro di Hideo Kojima.
Ecco a voi un esempio di videogioco che fa largo uso dell'immaginazione dell'utente
I grandi capolavori del passato hanno sempre tastato punti sensibili, quali le emozioni umane e la nostra capacità di ragionare. Come avremmo potuto sennò lasciarci trasportare nelle magiche pianure di The Legend of Zelda, fomentarci e commuoverci con i vari Final Fantasy (fino al X), Dragon Quest, Tales of e Kingdom Hearts, farcela sotto dalla paura con i primi Resident Evil e Silent Hill, respirare tamarraggine pura con Duke Nukem, Devil May Cry e i giochi di Suda 51, e, infine, riflettere grazie alle tematiche dure e realiste proposte in Metal Gear, che però lasciano sempre nel fondo una speranza?
Siamo davvero disposti a rinunciare a tutto questo, noi VERI gamer? Io penso di no. Però è anche vero che nulla è eterno. Forse è arrivato davvero il momento che questa forma d'intrattenimento si venda definitivamente alla massa ignorante, proprio com'è successo con il cinema, la letteratura, la musica e la televisione, mentre noi veri intenditori ci dovremo accontentare di qualche prodotto sopra la media (neanche un capolavoro ...) che uscirà ogni abdicazione di papa. Ma fino a che ci saremo noi, fino a che ci saranno sviluppatori che ci tengono alla qualità dei loro prodotti, che ci sapranno regalare avventure coinvolgenti, epiche e toccanti state pur certi che continueranno a uscire capolavori da tutto questo putridume.
Quindi, la "qualità" dei videogiochi è morta? No, assolutamente. Anche se smettessero di esserne prodotti finché ci saremo noi i capolavori già esistenti in questo mondo continueranno a essere riconosciuti, e dunque apprezzati e amati. Soltanto quando l'ultimo dei veri appassionati cesserà di esistere la "qualità" dei giochi morirà, visto che non ci sarà più nessuno in grado di apprezzarli. Ma io sono, nel mio pessimismo, fiducioso, perché la gente intelligente, quella che saprà vedere oltre il velo falso e ipocrita che ci vorrebbe tutti suoi succubi di una società vuota e insulsa, secondo me non smetterà mai di esistere, e quelle perle che noi oggi apprezziamo un domani saranno amate anche da altre persone, per quanto appartenenti a una sempre più ristretta nicchia.



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