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mercoledì 18 novembre 2015

La Tomba delle Lucciole - Un film per tutti

by Cloud

Con l’occasione che lo davano al cinema, ridoppiato e restaurato, dopo due anni circa dalla prima e ultima visione, mi sono nuovamente immerso in "Una tomba per le lucciole" (stavolta tradotto con il più letterale “La tomba delle lucciole”), struggente capolavoro di Isao Takahata. Ed è stato forse ancor più forte e commovente della prima volta, ma andiamo con ordine.
                                   

Chi fosse abituato alla produzione di Hayao Miyazaki potrebbe rimanere sorpreso nel vedere un film dello Studio Ghibli duro, crudo e realistico come questo, ma chi conosce Takahata sa bene che è un tipo che non conosce mezze misure: se Miyazaki ci mostra spesso situazioni sbagliate, elementi della realtà che vuole criticare, e anche tragedie, ma sempre con un barlume di speranza e un messaggio ottimistico alla fine, il modus operandi dell’altro fondatore dello Studio Ghibli è ben diverso.
 


Ambientato in Giappone nel bel mezzo della seconda guerra mondiale (tanto per iniziare con qualcosa di soft), il film ci mostra la tragica storia di Seita, ragazzino che cerca di assicurare la sopravvivenza a se stesso e alla sorellina Setsuko (di 4 anni), dopo che la loro città è stata rasa al suolo dai bombardamenti americani.


Nel corso della storia non mancano sprazzi di momentanea felicità, in cui vediamo i due fratelli giocare e divertirsi nonostante la difficoltà della situazione, ma questi sporadici momenti di pace risultano a loro volta amari, sia perché sappiamo che non sono destinati a durare, sia perché molto spesso è Seita a sforzarsi, a tenere tutto il dolore dentro di sé e a sorridere forzatamente, per rendere la situazione meno dura agli occhi della sorellina, ancora incapace di comprendere il mondo che li circonda. Ciò non significa però che Seita sia una figura del tutto stoica e matura, anzi: per quanto egli voglia fare del bene a Setsuko, quando i due fuggono dalla zia egli compie la scelta più facile e impulsiva, ossia fuggire dal problema piuttosto che affrontarlo (del fatto che la zia avesse le sue colpe parlerò dopo), e sarà proprio quello a portarlo alla rovina. Takahata scelse di adattare il romanzo originale in un film d’animazione proprio perché rimase impressionato da come Seita non fosse il classico ragazzino eroico che si vedeva in molti film di guerra, ma un personaggio a suo modo anche troppo “viziato” per quel periodo, in cui i giovani del periodo in cui è uscito il film (1988), ma anche di oggi, potessero maggiormente rivedersi.

Anche il comparto grafico del film è assolutamente degno di nota: non solo fu il primo anime a rappresentare il Giappone in maniera realistica, al punto da far compiere agli animatori delle ricerche sul territorio al fine di riprodurlo fedelmente, ma si cercò di usare il meno possibile il nero per i contorni, sostituendolo con il marrone, così da dare un aspetto più “sporco” ma anche più morbido al tutto.
Ciò che però da assolutamente il colpo di grazia nel rendere il film così toccante e commovente è senza dubbio la colonna sonora, composta qui non dallo storico Joe Hisaishi (che in quel periodo era al lavoro sulla colonna sonora de Il Mio Vicino Totoro, uscito lo stesso anno) ma da Michio Mamiya. I brani sanno sottolineare i momenti più forti del film con grande enfasi, e anche solo nel riascoltarne alcuni dopo aver visto il film è quasi impossibile non versare qualche lacrimuccia.



Vorrei infine parlare un po’ del messaggio che Takahata voleva trasmettere con questa pellicola: se è indubbio che il film critichi indirettamente, con la sua durezza, la guerra in quanto fallimento dell’umanità, non era quello il principale scopo di Takahata. A portare Seita e Setsuko alla morte (no, non è uno spoiler, la storia è narrata dai loro fantasmi e inizia con la morte di Seita, e poi questo non è il tipo di film che si guarda “per sapere come andrà a finire”, quindi mettetevi l’anima in pace e continuate a leggere, per favore) non è la guerra, ma l’essere esclusi dalla società. Che in parte è dovuto all’orgoglio e all’ottusità di Seita, come detto sopra, ma soprattutto alla mancanza di solidarietà delle persone che li circondano: la loro zia non ci pensa due volte a lasciarli andare via per avere due bocche in meno da sfamare, senza neanche proporre loro un compromesso; il contadino che gli vendeva il riso non si fa problemi a lasciarli a bocca asciutta purché la sua scarsa produzione basti a sfamarlo, e così via. Ciascuno, nel film, pensa soltanto alla sua sopravvivenza, e non si cura granché di aiutare chi è in difficoltà. Il messaggio che La Tomba delle Lucciole ci trasmette, allora, è interpretabile tanto in una situazione di guerra quanto di pace, e ci urla con voce straziante di prenderci cura gli uni degli altri, senza ignorare il dolore di chi se la passa peggio. 

Le lucciole stanno a significare proprio questo: non soltanto i fugaci momenti di felicità che i due fratelli riescono a provare nel mezzo della loro apocalisse, ma anche la tenue speranza che, tramite il racconto che i loro spiriti si trovano a rivivere e a mostrare allo spettatore, di qualsiasi epoca (non a caso nella scena finale vediamo i due spiriti con sullo sfondo una città ricostruita con moderni grattacieli), tali tragedie possano non ripetersi.

 Proprio per questo voglio condividere con voi un ultimo pensiero: il film di Takahata è senza dubbio duro e triste, ma nel nostro mondo è un film necessario. I concetti che trasmette sono un qualcosa che tutti dovrebbero imparare, e proprio per questo vi invito ad evitare l’atteggiamento hipster di voler trattare questo film come un qualcosa di nicchia, da vedere soltanto con la vostra cerchia ristretta di amici intenditori di cinema, ma di consigliarlo e farlo guardare a più gente possibile, anche a chi generalmente non è appassionato di animazione. Il forte messaggio che ha può rendere una persona migliore chiunque, non soltanto l’appassionato di cinema o di anime. E perché no, se volete fatelo vedere anche a dei bambini. Ovviamente in tal caso dovrete spiegargli voi i vari significati del film, se volete che lo recepiscano positivamente, ma insomma, con tutto lo schifo in cui i bambini sono immersi fin dalle elementari, direi che vedere qualcosa di forte ma in modo costruttivo male non potrà fargli.

Con questo si conclude un articolo difficile da scrivere, e su cui infatti ho temporeggiato qualche giorno dopo la visione del film, ma che spero vi sia piaciuto e vi abbia aiutati a riflettere su questo capolavoro dell’animazione, o che magari vi abbia convinti a vederlo. Un saluto dal vostro Cloud.
 

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