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martedì 8 marzo 2016

Uchu Conbini - Timber Music

by Cloud

Era da un sacco che volevamo aprire una rubrica musicale, qui su Timber Maniacs. Il blog era nato come esclusivamente videoludico, ma pian piano si è allargato all’animazione, al fumetto, al cinema… insomma, era solo una questione di tempo prima che iniziassimo a parlare anche di musica, visto che ormai scrivevamo quel che ci pareva.
E ho pensato a lungo su quale artista o album utilizzare per inaugurare la rubrica. Pensavo a qualcosa di iconico, come i Dream Theater, gli AC/DC, i Megadeth o qualche gruppo hair metal anni 80, per parlarvi un po’del sottogenere con cui anni fa è scattata la passione per il rock/metal (che avrei poi esplorato in tutte le direzioni), quindi qualcuno compreso tra i Guns n’ Roses e i Bon Jovi. 


Ma alla fine, ho deciso, la cosa migliore era di iniziare semplicemente con qualcosa con cui adesso sto letteralmente in fissa e di cui ho voglia di parlare, e che contrariamente alle intenzioni iniziali è una band di ultra-nicchia: i giapponesi Uchu Conbini. Durante l’articolo vi ficcherò dei brani, che potete ascoltare prima, durante o dopo la lettura in base alle vostre preferenze. 




Già dal nome, che significa “convenience-store spaziale”, abbiamo quella che è di fatto la chiave di lettura della musica del trio: qualcosa di trascendentale e maestoso ma allo stesso tempo semplice e a portata di mano. La loro musica è infatti classificabile come “math rock” per via dei ritmi complessi e irregolari, ma allo stesso tempo si ascolta veramente a cuor leggero, senza che si abbia la sensazione di star sentendo qualcosa di eccessivamente colto o complicato. Un altro termine con cui sono stati infatti definiti è “progressive pop”, e direi che la definizione può starci benissimo.

Perché sì, la batteria cambia tempo ogni 3 secondi, e anche la chitarra, con quel suo particolare uso del tapping è tutt’altro che banale, ma il modo in cui tutto scorre in modo fluido e naturale, a volte in brani strumentali, altre in accompagnamento alla bellissima voce di Emi-choco (la cantante e bassista), fa sì che pure chi non sia un grande appassionato di prog e di musica “complicata” possa rimanere incantato dal loro sound. E parlando della voce della cantante, è incredibile come sappia essere allo stesso tempo leggera, passionale e… “solare”, concedetemi il termine. Perché non solo i loro brani sono un’esperienza rilassante, divertente, malinconica ed emozionante allo stesso tempo, ma questo particolare mix dà come la sensazione di… luce. Una sensazione che è piuttosto rara, e che l’ultima volta l’ho avuta ascoltando i Dream Theater (che non a caso Daijirou, il chitarrista, dice essere stati il gruppo che lo ha fatto appassionare al prog), quindi direi che hanno fatto un bel lavoro. 



La band si è formata a Kyoto nel 2012, e purtroppo si è sciolta qualche mese fa, per via di divergenze musicali tra i tre giovani membri del gruppo. Ma chissà che non fosse proprio la loro diversità di idee e punti di vista a rendere il loro sound particolare? Il modo in cui la chitarra di Daijirou (che è pure la mente dietro la maggior parte dei brani) plasmava la melodia, accompagnata dalla batteria di Nasuo, molto pulita e semplice nel suo scandire ritmiche irregolari, e dal basso di Emi-choco, la cui voce alternava o condivideva poi il ruolo principale con la chitarra, era un’alchimia che non so se i singoli membri saranno capaci di replicare da solisti.

Ciò non toglie che, in attesa di scoprirlo, possiamo goderci i due bellissimi mini-album che il trio ci ha regalato. Il primo, Somaru Oto wo Kakunin Shitara (noto anche con il titolo inglese Feel the Dyeing Note), è esattamente come ho descritto il loro sound sopra, quel mix incantevole dal quale è facile venire rapiti. Per il secondo e ultimo, Tsuki No Hansya De Mite Ta (anche qui, I Looked by the Reflection of the Moon per i non nippofoni) vale più o meno lo stesso, con la piccola differenza che il tutto è filtrato da una leggera vena… non tanto di tristezza, quanto di nostalgia. Negli arpeggi di chitarra, così come nella voce, si sente un pizzico di malinconia in più, anche rispetto ai punti più tristi del primo album. Come la consapevolezza che questa breve magia che erano stati gli Uchu Conbini sarebbe presto giunta al termine, e che nulla sarebbe tornato come prima per i tre ragazzi. E non a caso, uno dei brani più meravigliosamente riusciti di questo lavoro si intitola “EverythingChanges”, con il link del quale vi saluto, cari Timber Fan. Tutto cambia, e chissà cosa vi ritroverete a fare da solisti (io già sto tenendo d’occhio Daijirou che ha pubblicato un paio di demo soliste su Bandcamp), ma ora come ora non posso che dirvi grazie, Uchu Conbini, per questi pezzi dallo stile unico.


 


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