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lunedì 16 maggio 2016

Creed: il coraggio di passare il testimone - Timber Movie

by Snake



Io sono un fan sfegatato di Sylvester Stallone. Non nascondo che amo la maggior parte dei suoi film (sì, anche alcuni di quelli ritenuti da lui stesso scrausi). Del resto, il caro vecchio Sly ha sempre interpretato ruoli in grado di far impazzire le genti di tutto il mondo, come il furioso e tormentato soldato John James Rambo, o l'eroico e intrepido pugile Rocky Balboa. E proprio qui andremo a parlare dell'ultima avventura vissuta dal combattente di Philadelphia, e forse, finalmente, la fine della sua epopea, stavolta non sul ring, bensì all'angolo di esso come allenatore di una giovane speranza: Adonis Creed Johnson, il figlio segreto di Apollo Creed.

NB: ascoltatevi le varie soundtrack dei film di Rocky mano a mano che si procede nella lettura. Non ve ne pentirete. ;)



Il film inizia nel 1998, in un centro di detenzione infantile, dove un dodicenne orfano di entrambi i suoi genitori, Adonis Johnson, attacca una rissa con un suo compagno che ha dato della donna di facili costumi alla sua defunta madre. Il ragazzo viene quindi messo in detenzione, e sembra destinato a una vita miserevole, quando all'improvviso si presenta una donna, Mary Anne, vedova del pugile Apollo Creed, che gli svela la verità sulla sua origine: Adonis è il figlio di Apollo, concepito in una sua relazione extraconiugale (SPOILER DI ROCKY IV) poco prima della sua morte per mano del sovietico Ivan Drago (FINE DELLO SPOILER).
Mary Anne decide quindi di adottare Adonis, poiché incapace di lasciare che il figlio dell'uomo che, nonostante il suo tradimento, lei continua ad amare anche dopo la sua morte possa fare una fine orribile in mezzo alla strada. Il giovane cresce quindi nel lusso della casa della sua madre adottiva, che ha ereditato tutti gli averi di Apollo, e, come i suoi fratellastri, riceve un'educazione scolastica e universitaria di prim'ordine e trova poi lavoro come impiegato bancario, che svolge con un certo successo. Insomma, un'origine ben diversa, borghese, rispetto a quella di Rocky Balboa e di Apollo Creed, nati e cresciuti sulla strada, prima che divenissero celebrità.

Tuttavia, sente che gli manca qualcosa. Sente che un fuoco arde dentro di lui, un fuoco che ha ereditato da suo padre. Adonis si allena a tirare di boxe durante la notte (guardando soprattutto gli incontri tra Apollo e Rocky, imitando e memorizzando le mosse del genitore) e partecipa a combattimenti ai limiti della legalità in Messico nei fine settimana, tutto all'insaputa di Mary Anne, e usando il cognome della sua madre biologica (Johnson) per non farsi notare. Purtroppo, a un certo punto gli incontri di bassa lega non gli bastano più per sentirsi in pace con sé stesso, e decide dunque, contro il volere della madre, di licenziarsi dal suo pur redditizio lavoro da ufficio ed emigra a Philadelphia per incontrare Rocky Balboa, grande rivale e amico di Apollo, per farsi allenare da lui. Inizialmente l'italo-americano si rifiuta, ormai convinto di aver chiuso con la boxe (soprattutto dopo la traumatica esperienza con Tommy Gunn nel quinto capitolo della saga), ma piano piano, nel corso del tempo, la bontà d'animo, la sincerità e la forza di volontà di Adonis riusciranno a far breccia nel cuore di Rocky, che comincerà a volergli bene come a un figlio. Nel frattempo, il giovane allaccerà una relazione sentimentale con Bianca, una cantante affetta da una patologia che la sta rendendo progressivamente sorda che vuole provare a sfondare nel mondo della musica prima di non avere più le capacità per potercela fare, e che sarà un esempio di determinazione che ispirerà il pugile.

I parallelismi tra il primo Rocky e Creed sono innumerevoli, come avete potuto ben vedere. Perfino l'età di Sylvester Stallone, 69 anni, è la stessa che aveva Burgess Meredith, interprete del grande allenatore Mickey, all'epoca del primo episodio della serie. Uno dei temi trattati più nel particolare, anzi, forse più di tutti, è quello del passaggio generazionale. 




Dobbiamo guardare in faccia la realtà: Rocky Balboa ormai non è più l'eroico pugile col quale siamo cresciuti. E' un uomo anziano, stanco, che ha passato tutta la vita a combattere, sul ring e fuori, che ha perso tutti i suoi affetti più cari (in primis la moglie Adriana). Non ha più uno scopo, insomma, sopravvive. E' fin troppo consapevole della sua mortalità, e che probabilmente la sua fine giungerà presto (ricordiamocelo, la maggior parte dei campioni della boxe non ha avuto una lunghissima prospettiva di vita). Tuttavia, Adonis Creed irrompe nella sua vita proprio quando si sente pronto a lasciare questo mondo, e allora si convince che la sua battaglia non è ancora finita, che gli resta un'ultima grande impresa da compiere: passare il testimone alla nuova generazione.
In un mondo ancor più complesso rispetto a quello in cui lui stesso è cresciuto Rocky rappresenta un punto fermo per Adonis e Bianca, una certezza in una società sempre più caotica, senza leggi e certezze. In un certo senso la figura dello Stallone Italiano mette in ombra il resto del cast. Del resto, lo abbiamo visto fare imprese titaniche, addirittura combattere in Unione Sovietica contro un gigante russo alto e largo il doppio di lui, e ancora riesce a trasmettere un'incredibile aura di carisma. 
Tuttavia, allo stesso modo ci viene restituita nel film la sua dimensione umana, soprattutto nei momenti in cui lo si vede immerso nei ricordi e quando, a un certo punto, ammette ad Adonis di essere stanco di vivere, avendo visto morire quasi tutti gli amici coi quali è cresciuto, e scoppia in lacrime. Il legame con il giovane, però, gli darà la forza di andare avanti, di ritrovare un motivo per lottare, in un crescendo che culminerà con l'emozionante finale del film.



Adonis Creed, invece, rappresenta un po' la nostra generazione: vive nella bambagia (anche se la sua infanzia non è affatto felice), ha un buon lavoro e la stima dei suoi cari, ma tutto ciò non gli basta. Sente che non è tagliato per fare l'impiegato bancario, vorrebbe fare ciò che gli piace davvero, per il quale si sente nato, ovvero la boxe, come suo padre Apollo. Decide dunque di mollare tutto, perfino i suoi soldi, per andare a cercare una seconda possibilità come pugile a Philadelphia, lontano dall'opulenza e dall'assenza di veri valori che sentiva nella sua Los Angeles, inseguendo il sogno d'incontrare Rocky Balboa e farsi allenare da lui.
Quante volte abbiamo desiderato scappare da una vita che ci sembrava "stretta"? Quante volte abbiamo voluto ricominciare da zero perché ci sentivamo insoddisfatti? Quante volte abbiamo voluto SOGNARE? E' ciò che il protagonista si chiede, soprattutto dopo aver incontrato Bianca, che rappresenta la risposta a tutte le domande che ci siamo appena fatti. Lui si dice: se lei, che sta diventando sorda, vuole diventare una cantante di successo e ci sta riuscendo, allora perché io non avrei possibilità di diventare campione del mondo di boxe?


Tutto ciò è accompagnato da una colonna sonora di prim'ordine, per quanto l'hip-pop e il rap non siano proprio i miei generi preferiti, che tuttavia sono perfetti nell'atmosfera da "ghetto" dove vive Adonis, mischiandosi anche con i temi classici della saga di Rocky.
La regia e la sceneggiatura di Ryan Coogler si dimostrano sorprendentemente solide, anche se sotto la supervisione di Stallone, considerando l'inesperienza dell'autore (Creed è solo il suo secondo lungometraggio, e proprio il 23 maggio compirà 30 anni).
Quindi un passaggio di testimone non solo nel film stesso, ma anche dal punto di vista della regia, con Sly che funge da semplice consigliere per le personalità coinvolte nella realizzazione del film, molte delle quali appena trentenni, o addirittura più giovani.

Cos'è dunque Creed? Rappresenta la fine di un mito, quello di Rocky Balboa, che ha appassionato i nostri genitori, con i quali essi sono diventati adulti, da cui hanno tratto anche lezioni di vita, e l'inizio di un altro, quello di Adonis Creed, dal quale possiamo imparare molto anche noi, e che potrebbe diventare la prossima "icona" cinematografica della boxe.
Come le mitologie antiche, in fondo, si tratta della stessa favola, tramandata solo in epoche diverse a genti diverse, che cambia in quel che basta per adattarsi al contesto in cui essa viene raccontata, mantenendo però intatti i suoi messaggi fondamentali: la forza di affrontare le avversità, d'inseguire i propri sogni, di essere noi stessi, insomma.
Esattamente come Rocky decise quarant'anni fa di andare contro tutti quelli che gli dicevano che era un pazzo e che non ce l'avrebbe mai fatta a sfondare come pugile, arrivando a sfidare il campione del mondo dei pesi massimi di allora Apollo Creed, oggi proprio il figlio di quest'ultimo, Adonis, ha voluto sfidare quel mondo che lo riteneva un "borghesuccio che non ha fame di vittoria", decidendo di ricominciare da zero la sua vita e seguire il suo desiderio di combattere, arrivando, proprio come Balboa, oggi suo mentore, ai vertici della boxe, nonostante tutto.
Una lezione importantissima, che si affianca anche a un'altra che Stallone attraverso il suo personaggio/alter ego vuole dare ai nostri genitori, alla sua generazione: bisogna avere il coraggio e la lucidità di capire che, ormai giunti nella fase calante della vita, non si può pretendere d'inseguire il proprio passato, d'ignorare che il mondo che ci circonda stia cambiando. Si deve piuttosto far tesoro di ciò che si è imparato nella nostra esistenza e tramandarlo alle nuove generazioni, perché senza la guida di quelle vecchie esse sono smarrite, senza uno scopo. Non possiamo tenere per sempre in mano la torcia, perché a un certo punto non saremo più in grado di reggerla, e dovremo per forza consegnarla a qualcuno, sennò essa si spegnerà con noi, e a quel punto davvero non ci sarebbe più alcuna speranza.


Voto: oggi non lo darò, semplicemente perché questo film è uno di quelli che non si può giudicare con un semplice numero. Bisogna vederlo, e comprenderlo.





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