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domenica 29 maggio 2016

Splatoon: la killer app del Wii U un anno dopo

by Cloud 

Certo, fa ridere parlare di killer app di una console che non ha veramente saputo imporsi sul mercato, risultando quasi in un flop, ma per quanto mi riguarda qui stiamo parlando di un gioco che veramente meriterebbe da solo l’acquisto del Wii U. Splatoon è uscito in Europa ormai un anno fa, e in quest’anno ci ho giocato parecchio. Sia in termini di ore totali, sia nel senso che se per un periodo lo mollavo, poi scattava sempre la voglia di tornare a imbrattare arene in allegria. Questo perché, semplicemente, è troppo divertente. Ma visto che originariamente l’intenzione era di farne una recensione, e che ancora non ho fatto nessun articolo a tema, voglio parlare del gioco in tutti i suoi aspetti, in modo da far sia riflettere chi lo conosce, sia incuriosire chi magari non lo ha giocato e aiutarlo a capire se questa particolare esperienza (no, non nel senso delle robe che gli hipster chiamano “esperienze” per non dire che come giochi sono mediocri) fa per lui.




Chi l’avrebbe mai detto, quando all’E3 2014 Nintendo mostrò questo nuovo gioco, che mi avrebbe preso così tanto? Cioè, non sembrava affatto male, ma lì per lì non mi sembrava un grande annuncio, sarà che uno all’E3 aspetta sempre i nuovi Metroid e F-Zero e quindi finisce per non stare molto attento a nomi “nuovi”. Però, man mano che uscivano nuovi trailer, il gameplay sembrava sempre più convincente, e l’estetica urban nipponica mi intrigava sempre di più. Perché sì, anche a livello di presentazione e “mondo di gioco” Splatoon è una figata pazzesca. Le location urbane fortemente ispirate a Shibuya (il quartiere più “cool” e giovane di Tokyo) ma rivisitate in chiave “squid” sono terribilmente evocative, e ogni piccolo dettaglio, dai pittoreschi negozi alle due idol Stella e Marina, riesce a rendere ancor più vivo il setting. Anche solo l’ampia scelta di abiti e accessori diversi per personalizzare al meglio il proprio Inkling fa capire quanto il gioco punti sull’aspetto “coolness”. 


E tutto ciò viene elevato al cubo quando ci si trova in uno SplatFest, eventi in cui tutti i giocatori devono scegliere una tra due fazioni e combattere per l’onore del loro gruppo! Ormai ci si sta abituando, ma quando uscì il primo, Rock vs Pop (giustamente vinto dal rock) fu veramente fighissimo vedere la città di notte piena di luci, con Stella e Marina che si esibivano su due camion accerchiate dai fan (che poi sarebbero gli Inkling degli altri giocatori, sempre presenti nella nostra piazza) e tutti i muri ricoperti con i disegni postati su Miiverse dalla gente per il festival, a cui potevamo mettere like semplicemente premendo “Y” mentre li puntavamo. Questa è stata senza dubbio la miglior integrazione che Nintendo ha mai fatto del suo social network dall’altalenante successo, che in quel momento era riuscito a coinvolgere un sacco di gente a partecipare attivamente e… postare meme a tema SpongeBob, ma questa è un’altra storia. A contribuire ulteriormente alla follia e figaggine di Splatoon a livello di presentazione ci pensano le fenomenali musiche, dall’anima vagamente skate-punk mista a suoni elettronici e lisergiche vocals sintetizzate, a volte palesemente appartenenti a Stella e Marina, qui un esempio visto che un ascolto vale più di mille parole. E a rendere il tutto più immersivo c’è anche il fatto che le canzoni sono in una sorta di “lingua squidese” inventata, in cui parlano anche le due idol, e che possiamo ammirare nei suoi bizzarri caratteri in forma scritta su numerosi cartelli in giro per il gioco.

Insomma, Splatoon non è un open world, ma sa catapultare la mente del giocatore in un mondo parallelo e affascinante molto più di molti pachidermi con le mappe enormi, storie pretenziose e lore inutili con cronistorie che spaziano da millenni prima delle vicende del gioco, come ora ne girano tanti. E soprattutto, visto che dannazione sto a 650 e passa parole ed è pure ora di parlarne, contrariamente a tante di quelle robe Splatoon ha un gameplay semplice e allo stesso tempo solido come la roccia. Riassumendo in breve per mia zia che non conosce le meccaniche di questo peculiare third-person shooter: la Mischia Mollusca, che è la modalità di gioco alla base (ma non l’unica interessante) di Splatoon, consiste in una battaglia 4 vs 4 in cui ogni squadra deve verniciare con le proprie armi una porzione di arena più grande possibile, e allo stesso tempo le zone verniciate del colore della propria squadra possono essere navigate con maggiore agilità, trasformandosi in calamaro con la pressione del pulsante ZL. 

Di conseguenza, su quelle colorate dagli avversari si sarà invece fortemente rallentati. E in ultimo, le armi (tra cui vi è un’ampia scelta, dai rulli più adatti a colorare e velocemente ma svantaggiati da lontano, ai fucili da cecchino, passando per armi più bilanciate e adatte alla media distanza) possono anche essere utilizzate per far fuori gli avversari, che potranno però tornare in azione molto velocemente, con un respawn automatico e la possibilità di teletrasportarsi quasi istantaneamente vicino a un compagno di squadra. Detta così magari può pure sembrare una scemenza, ma una volta che si è lì nella mischia gli ingredienti elencati si amalgamano alla perfezione, e quei pochi minuti che dura ogni partita sono di un’intensità pazzesca, si lotta strenuamente per verniciare il più possibile e allo stesso tempo impedire agli avversari di fare altrettanto, e fino alla fine non si può stare mai sicuri di aver vinto, il vantaggio va difeso magistralmente fino all’ultimo istante. 

 Un elemento non indifferente nel rendere un gioco come Splatoon così figo, nonostante sia uno sparatutto e sia su console (accoppiata che generalmente non sa dare troppa soddisfazione) è il particolare sistema di controllo: la visuale si ruota con lo stick destro, ma solo per i movimenti “ampi”: la mira di precisione va fatta con il giroscopio del gamepad, e se l’accoppiata può inizialmente sembrare bizzarra, dopo un po’ di pratica si rivela comodissima, forse il miglior rimpiazzo alla combo mouse + tastiera in un FPS/TPS che abbia mai visto. 

E per fare un piccolo confronto con il più recente Star Fox Zero (gioco che ho pure apprezzato parecchio, come scritto nella recensione), che fa sempre uso della combinazione di stick destro e giroscopio, i comandi di Splatoon rendono decisamente meglio, la curva di apprendimento è meno ripida e più accessibile di quella dell’ultima avventura di Fox McCloud. Questo dipende anche (ma non solo) dalla non necessità di guardare in continuazione il secondo schermo, ma è anche vero che sono due giochi diversi e hanno necessità diverse, quindi prendete questo paragone per quel che è. Ciò che voglio semplicemente dire è che se molti si sono scoraggiati dinanzi all’impegno richiesto da Star Fox Zero nel prendere confidenza con la pantagruelica dose di informazioni necessarie da metabolizzare per comprendere il sistema di controllo di tutti i mezzi appieno, con Splatoon non siamo assolutamente da quelle parti, dopo un’oretta di gioco avrete imparato con tutta probabilità a destreggiarvi più che bene nello sparacchiare vernice qua e là. In particolar modo, la modalità single player è assolutamente perfetta per questo: richiede leggermente meno precisione nella mira, essendo nel level design impostata più come un puzzle/platform che non come uno sparatutto, ma presenta qui e lì degli scontri contro le “Octoling” (ragazze polpo, nemesi di ragazzi calamaro come gli Inkling) che danno un assaggio di quanto si sperimenterà nel multiplayer. Vi sono poi le Partite Pro, che propongono modalità di gioco diverse dalla classica mischia mollusca e su cui non mi soffermerò troppo, semplicemente sono il posto dove è più probabile trovare avversari più agguerriti. 

Detto ciò, il gioco era già tremendamente figo quando è uscito, ma gli mancavano alcune cosette che Nintendo ha provveduto a mettere tramite numerose patch, in particolar modo quella di Agosto 2015, in cui furono aggiunte praticamente tutte le cose importanti rimanenti: la possibilità di creare un team con degli amici e giocare contro altra gente (prima se anche si giocava con amici non c’era la sicurezza di stare nella stessa squadra), la possibilità di creare partite private customizzate, il livello massimo raggiungibile alzato a 50 da 20,  due nuovi rank delle partite pro, e vari aggiustamenti nel bilanciamento. Molti si sono lamentati all’estremo per l’assenza della chat vocale, al punto che la cosa è diventata un meme (questo è il primo mio articolo in cui uso la parola meme, e l’ho usata due volte in due contesti diversi, c’è qualcosa di profondamente sbagliato in tutto ciò), ma se devo essere sincero… sto meglio così. Se proprio ne ho bisogno posso usare Discord da cellulare (che tra l’altro ve lo stra-consiglio se ancora state con Teamspeak, è totalmente gratis, più curato e simpatico nell’interfaccia, e c’è oltre che per PC, Mac e browser, anche per Android e iOS), e se non ne ho bisogno… preferisco non sentire nessuno e immergermi meglio nel gioco. Sarà che le esperienze con la voice chat che ho avuto con gli altri giochi online non sono state esattamente delle migliori, potete ben immaginare perché, ma certamente non mi faccio un dramma della mancanza di questa feature.

È ammirevole comunque come Nintendo abbia saputo mantenere attiva l’attenzione su questo gioco nel medio/lungo periodo, spingendo i giocatori a continuare a giocarci e parlarne. Gran parte del merito va proprio agli SplatFest, che non solo sono di loro un’occasione divertente per tornare a giocare per tutti i motivi citati sopra, ma spesso hanno anche avuto temi che per forza di cose hanno fatto parlare di sé: prima, solo in America, la sfida “Autobot vs Decepticon”, che sorprese tutti per via del fatto che riguardava un brand esterno; poi il mitico “SpongeBob vs Patrick”, in onore dell’ormai indissolubile legame di Splatoon con l’amata spugna di mare di cui si parlava pure sopra, e più recentemente la sfida “Festa elegante vs festa in costume”, legata a Miitomo, la prima app mobile di Nintendo su cui recentemente ho perso parecchio tempo a fare idiozie. Insomma, la scusa per giocare a Splatoon si trova sempre, un anno fa come adesso.

Tirando le somme, adesso che il Wii U sta prematuramente tramontando, con solo il nuovo Zelda all’orizzonte, se c’è una ragione per cui consiglierei comunque a qualcuno di comprarsi il Wii U è proprio Splatoon. Secondo me Splatoon può essere considerato una vera e propria killer app, intesa qui non come “gioco che può imporre la console sul mercato conquistando tanti consumatori”, perché purtroppo non è bastato (anche se secondo me non è certo della poca qualità delle esclusive il motivo del fallimento di Wii U, bensì la mancanza di terze parti), ma intesa come “gioco che io personalmente ti dico, da solo ti farà divertire talmente tanto che fossi in te, se hai i soldi da spenderci, il pensiero sulla console ce lo farei”.

Spero che questa analisi vi sia piaciuta, e ora scusatemi ma a furia di parlarne qualcosa dentro di me si è risvegliato, vado a fare vandalismo imbrattando un quartiere di vernice verde.
 

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